Acadèmia.tv

Scopri tutti i corsi di cucina online della piattaforma streaming dedicata al mondo del food & beverage. Inizia ora!

vietato morire qui

Le Madeleine #3 | Quando i pasti scandiscono il tempo

Quando siamo giovani, i pasti devono trovare il loro spazio tra una cosa e l’altra. Pranziamo velocemente perché dobbiamo tornare al lavoro, anticipiamo la cena perché abbiamo un impegno, mangiamo qualcosa al volo perché, semplicemente, non abbiamo tempo. A me, per esempio, capita spesso di uscire con i miei amici e scoprire all’ultimo il ristorante che hanno prenotato perché tanto, dico, basta stare in compagnia.

Poi arriva, inesorabile, la terza età e tutto cambia: non sono più i pasti ad adattarsi alle nostre giornate, ma sono le giornate a costruirsi intorno ai pasti.

Ci ho pensato molto leggendo Vietato morire quidi Elizabeth Taylor, il libro che ho scelto per questo nuovo episodio di Le Madeleine.

Illustrazione: Maria Picassó

La protagonista è Laura Palfrey, una donna anziana rimasta vedova che decide di trasferirsi al Claremont, un albergo londinese abitato soprattutto da persone della sua età. Sua figlia vive lontano, il nipote che dovrebbe andare a trovarla sembra avere sempre qualcosa di più importante da fare e, piano piano, le sue giornate iniziano a essere scandite da piccoli rituali: una passeggiata, qualche conversazione con gli altri ospiti, l’attesa di una visita e, soprattutto, i pasti. 

A colpirmi è stato proprio questo: nel romanzo si mangia spesso, ma non perché il cibo sia particolarmente buono o perché ci troviamo davanti a un libro gastronomico. Anzi, il menù del Claremont non è esattamente di quelli che fanno venire l’acquolina in bocca. Eppure, il cibo diventa importantissimo perché dà una forma alle giornate.

La colazione dice che il giorno è iniziato, il pranzo lo divide in due, la cena segna il momento in cui si può finalmente pensare che anche quella giornata sia trascorsa. Nel mezzo, ci sono ore da riempire. Così anche leggere il menù, commentare quello che verrà servito o aspettare il momento di scendere nella sala da pranzo diventano piccoli eventi. Quando non hai più una giornata piena di appuntamenti, lavoro, figli da accompagnare o persone da incontrare, anche sapere cosa mangerai a cena può assumere un peso diverso.

Mi ha fatto pensare a quanto il cibo possa diventare una sorta di orologio sociale. 

Non segna il tempo con le lancette, ma attraverso l’attesa. Prima di pranzo. Dopo il tè. Quasi ora di cena.

Il principale ritrovo dei pensionati era la hall, dove un’oretta prima dei pasti veniva esposto il menù in una cornice affissa accanto all’ascensore. A quell’ora erano sempre tutti lì, nei paraggi: chi si attardava a leggere in bacheca vecchi avvisi della chiesa, chi picchiettava il barometro […]. Nessuno voleva apparire impaziente, o col pensiero fisso ai pasti; ma i pasti scandivano la giornata, e il menù offriva qualche possibilità di scelta, e soddisfazioni e delusioni, come un tempo la vita.

E forse è proprio questo uno degli aspetti della vecchiaia che Elizabeth Taylor racconta meglio: quando il futuro inizia a restringersi, anche qualcosa di apparentemente insignificante può diventare una piccola promessa che qualcosa debba ancora accadere.

Ma la sala da pranzo del Claremont non serve solo a scandire il tempo. È anche il luogo in cui gli ospiti si osservano, si confrontano e, in qualche modo, continuano a mettere in scena la propria vita sociale.

Si nota chi è sceso a cena, chi manca e, soprattutto, chi ha ricevuto una visita. Perché essere visitati al Claremont non significa soltanto trascorrere del tempo con una persona cara: significa dimostrare agli altri che qualcuno, fuori da quelle mura, si ricorda ancora di te.

E allora il tavolo diventa quasi un palcoscenico. 

Ci si veste, si scende a cena, si conversa, si commentano i piatti e, nel frattempo, si cerca di non mostrare troppo quello che c’è sotto: la solitudine, la paura di essere dimenticati, l’imbarazzo per una visita che non arriva, il bisogno di sentirsi ancora importanti per qualcuno.

È una cosa che il romanzo racconta con una delicatezza incredibile, perché le persone al Claremont mangiano insieme, ma questo non significa necessariamente che siano davvero insieme. Hanno qualcuno che cucina per loro, hanno un posto apparecchiato, hanno una routine. Eppure, non sempre si sentono accudite.

E qui ho iniziato a vedere un collegamento quasi ironico con l’episodio precedente di Le Madeleine.

Se ti ricordi, nel Caffè della Luna Piena i clienti non potevano scegliere cosa ordinare. Erano i gatti a decidere cosa portare loro, sulla base di quello che stavano vivendo e di ciò di cui avevano bisogno in quel momento. In quel caso, non scegliere era quasi la massima forma di personalizzazione: qualcuno ti osservava così bene da sapere cosa servire prima ancora che tu riuscissi a chiederglielo.

Al Claremont succede apparentemente la stessa cosa: non sei tu a decidere cosa mangiare. Ma il significato è completamente diverso.

Qui il menù è standard. È lo stesso per tutti. Non racconta nulla di te, non conosce i tuoi gusti, non prova a capire cosa desideri. Deve semplicemente andare bene per il maggior numero possibile di persone.

E trovo davvero curioso che due libri possano raccontare, attraverso lo stesso gesto, due idee opposte di cura. Da una parte qualcuno sceglie per te perché ti conosce profondamente. Dall’altra qualcuno sceglie per te perché, in fondo, non ha bisogno di conoscerti.

Nel Caffè della Luna Piena, rinunciare alla scelta significava sentirsi visti. Al Claremont rischia di significare diventare indistinguibili.

E questo mi ha portata a pensare a un altro tema del romanzo: quello della vecchiaia come una sorta di infanzia percorsa al contrario.

C’è un passaggio nel libro che descrive benissimo questo tema:

Una faticaccia, la vecchiaia. Come l’infanzia, ma al contrario. Per un bambino, ogni giorno è una nuova, piccola scoperta; per un anziano, ogni giorno è una piccola perdita.

Da bambini sono gli adulti a decidere per noi. Ci dicono cosa mangiare, quando andare a dormire, dove dobbiamo andare. Poi cresciamo e una parte importantissima del diventare adulti consiste proprio nel conquistare la possibilità di scegliere.

Decidiamo cosa cucinare, a che ora cenare, con chi sederci a tavola. Possiamo ordinare una pizza alle dieci di sera, saltare il pranzo o mangiare la stessa cosa per tre giorni consecutivi semplicemente perché ci va.

Al Claremont, invece, questo processo sembra invertirsi. Gli orari sono stabiliti, il menù è stabilito, qualcuno cucina e qualcun altro serve. Gli ospiti devono solo presentarsi quando è il momento.

È una forma di dipendenza che ricorda l’infanzia, ma con una differenza enorme: un bambino attraversa quella fase andando verso una sempre maggiore autonomia. Qui, invece, si ha la sensazione che quell’autonomia stia lentamente diminuendo.

E improvvisamente anche poter scegliere cosa mangiare smette di sembrare una banalità. Ed è così, che entra in gioco un personaggio cruciale all’interno della storia: sto parlando di Ludo, un giovane scrittore che Laura incontra per caso fuori dal Claremont. Il loro rapporto nasce quasi per coincidenza, ma finisce per incrinare quella routine così ordinata e prevedibile, riportando nella vita di Laura qualcosa che al Claremont sembra mancare sempre di più: spontaneità, curiosità e la sensazione che possa ancora succedere qualcosa di inatteso. Ma su questo non voglio dilungarmi troppo, ti consiglio di leggere il libro, perché, nonostante i temi trattati, lo stile di scrittura è frizzante, ironico e incredibilmente moderno per essere un romanzo del 1971.

Ma torniamo a noi. 

Naturalmente, parlando di cibo, non possiamo non chiederci cosa venga effettivamente servito al Claremont. E la risposta è: una cucina profondamente inglese, tradizionale, sostanziosa e, diciamolo, non sempre particolarmente invitante. Arrosti, zuppe, sandwich, marmellate, pudding, pasticci di carne. Piatti che sembrano fatti soprattutto per soddisfare un bisogno primario, quello di nutrire, più che per sorprendere.

Come ormai avrai capito, a me piace andare a fondo delle cose e trovare un significato, una lettura, anche al più piccolo dettaglio. Infatti, tra tutti i piatti, uno mi è rimasto particolarmente in mente: lo steak and kidney pie, il classico pasticcio inglese ripieno di carne di manzo, rognone e salsa, racchiuso da una crosta di pasta

E forse è colpa mia, ma più ci pensavo e più mi sembrava la metafora perfetta del Claremont.

Visto da fuori, un pie è ordinato. La crosta è compatta, dorata, chiusa. Tutto ciò che contiene rimane nascosto. Poi lo tagli e dentro trovi qualcosa di completamente diverso: un ripieno scuro, morbido, caldo, fatto di ingredienti differenti che stanno insieme in uno spazio piccolo.

Il Claremont mi ha dato esattamente la stessa sensazione.

Da fuori tutto è rispettabile. Ci sono orari precisi, buone maniere, tavoli apparecchiati, conversazioni educate, signore che si vestono per la cena. Tutto sembra composto, controllato, al proprio posto.

Ma sotto quella superficie ci sono solitudine, vanità, gelosia, paura, desiderio, bisogno di affetto, paura di essere dimenticati. Un ripieno molto più complicato di quello che la crosta lascia vedere.

Ed è questo uno degli aspetti più belli del romanzo. Elizabeth Taylor (che non è l’attrice, non facciamo confusione!) non racconta gli anziani come una categoria uniforme. Non li riduce alla fragilità, alla lentezza o alle loro abitudini. Al contrario, apre quella crosta e ci mostra quanto continui a essere complessa la loro vita interiore.

Si continua a desiderare, a voler essere scelti, a essere gelosi, a provare imbarazzo, a cercare attenzione, a sperare che qualcuno venga a trovarci.

L’età può cambiare il corpo, le possibilità e perfino il modo in cui gli altri ci guardano. Ma non rende necessariamente più semplice tutto quello che abbiamo dentro.

E alla fine mi sono chiesta se davvero, invecchiando, i pasti diventino più importanti o se semplicemente diventi più evidente ciò che il cibo ha sempre fatto nelle nostre vite.

Scandisce il tempo. Crea attese. Ci dà appuntamenti. Ci fa sedere accanto agli altri. Ci racconta chi si prende cura di noi e, a volte, ci fa sentire ancora più forte l’assenza di chi non c’è.

Ci sono giorni in cui il pranzo è soltanto il pranzo. E altri in cui è la cosa che stavamo aspettando.

E allora ti lascio con una domanda: qual è quel piccolo rito quotidiano che, anche nelle giornate più vuote o tutte uguali, riesce ancora a darti la sensazione che ci sia qualcosa da aspettare?

Se ti va, scrivimelo a giulia@academia.tv: sono curiosa!

E se ami i romanzi in cui SOLO apparentemente succede poco, ma dentro le persone succede di tutto, Vietato Morire Qui è perfetto! Io, alla fine, mi sono pure commossa 🥲

Ci vediamo il prossimo mese con una nuova lettura!


Le Madeleine è la rubrica mensile di Giulia Cavallini, Head of Content di Acadèmia.tv, dedicata ai libri che raccontano il mondo attraverso il cibo.


Piattaforma di cucina con 5.000+ Ricette, Video-corsi e TutorAI.

Impara dai migliori chef stellati e pluripremiati direttamente da casa tua

Total
0
Shares
Share
Share
Share
You May Also Like