Conosco un Caffè che non ha una sede fissa; compare di notte, all’improvviso, di fronte a chi ne ha bisogno (anche senza saperlo). All’interno l’atmosfera ti lascia senza parole: le luci sono soffuse, il soffitto è un cielo irrorato di luminosi puntini e polvere di stelle, ti senti come sospeso in un limbo magico e questa sensazione ti fa aprire a numerose possibilità.
E così, non ti sembrerà strano che camerieri non siano umani, ma grandi gatti parlanti, e le pietanze, quelle sì che sono deliziose, abbiano nomi molto singolari, come pancake al burro del plenilunio o affogato di stelle.
Ora, io in questo caffè, purtroppo, non ci sono mai stata fisicamente
ma ho letto un libro che mi ci ha catapultata con la mente e nella puntata di questo mese di Le Madeleine (a proposito, è bello rivederti da queste parti) voglio raccontarti questa esperienza che ha unito tre mie grandi passioni: cibo, gatti e astrologia.
Il libro di questo mese è Il Caffè della Luna Piena, di Mai Mochizuki
Come ti dicevo, questo caffè non ha una sede fissa. Ma non ha nemmeno un vero menù.
Quando entri, infatti, non puoi ordinare. Non puoi chiedere il tuo dolce preferito, il solito caffè o qualcosa che sai già ti consolerà in un momento “no”. Sono quei morbidi gatti parlanti a decidere cosa portarti, scegliendo la pietanza di cui hai davvero bisogno in quel preciso momento (che magari nemmeno tu sai).
E questa è la prima cosa che mi ha colpita del romanzo e mi ha acceso un’idea. Siamo abituati a pensare che scegliere significhi conoscerci: sappiamo cosa ci piace, cosa vogliamo, cosa ci consola.
Ma siamo davvero sicuri che ciò che desideriamo coincida sempre con ciò di cui abbiamo bisogno?
Al Caffè della Luna Piena, infatti, la risposta sembra essere no. I personaggi che si imbattono in esso, sono persone accomunate da un senso di profonda incertezza e confusione; sono persone che si sentono ferme, di fronte a un bivio. Hanno perso qualcosa, stanno inseguendo un’idea di felicità che non riescono più a raggiungere oppure continuano a ripetere gli stessi errori, credendo di sapere cosa manca nelle loro vite.
Questa regola della non scelta, capovolge completamente il normale rituale della ristorazione. In un locale tradizionale, il menù promette libertà e controllo, quindi tengo a scegliere ciò che conosco, escludere ciò che non mi piace, per soddisfare un desiderio che sono già in grado di nominare.
Nel Caffè della Luna Piena, invece, il cliente deve rinunciare temporaneamente al controllo. E se ci pensi, questo è un passaggio fondamentale, perché molto spesso restiamo intrappolati proprio nella nostra interpretazione dei fatti. Crediamo di sapere cosa ci manca: il successo, una relazione, una seconda possibilità, il riconoscimento degli altri.
E invece i gatti ci servono qualcos’altro.
È un cambio di paradigma coraggioso, in relazione al cibo contemporaneo; pensaci, siamo abituati a personalizzare tutto: ingredienti, quantità, tempi di consegna, varianti.
Al Caffè della Luna Piena, si elimina la personalizzazione dichiarata per proporne una più profonda: il piatto è su misura, ma il cliente lo scopre soltanto quando arriva al tavolo.
Le pietanze, così, ci offrono una “diagnosi”: raccontano il cliente prima ancora che sia lui a riuscire a raccontare se stesso. In altre parole, il piatto non dice: “Ecco ciò che volevi”, ma
Ecco ciò di cui hai bisogno, che forse non eri ancora riuscito a vedere.
Il cibo, nel romanzo, non è magico nel senso più semplice del termine. Non cancella i problemi e non modifica il passato. Dopo aver mangiato, la vita dei personaggi non si sistema improvvisamente da sola. Il suo effetto è più delicato.
Le pietanze creano una pausa, aprono uno spiraglio di ascolto, in cui i personaggi abbassano le proprie difese e sono più predisposti a osservare la propria storia da una prospettiva diversa da quella a cui erano abituati.
Mi ha dato l’idea di una funzione catartica, ma non tragica e dolorosa, bensì gentile, e questo l’ho capito da piccoli dettagli presenti nelle pietanze; ad esempio, nell’affogato di stelle, nel contrasto tra il caldo e il freddo, tra il dolce e l’amaro, ho trovato qualcosa che mantiene la propria forma e qualcosa che lentamente si scioglie. Il gelato incontra il caffè caldo, perde lentamente la sua forma e diventa parte di qualcosa di nuovo.
Ed è proprio questo che accade anche ai personaggi del racconto e a noi stessi.
Cambiare non significa cancellare ciò che siamo stati.
A volte significa permettere alle esperienze di trasformarci, senza lasciare che ci distruggano.
Al Caffè della Luna Piena, però, i piatti non arrivano mai da soli. I gatti osservano anche il cielo, leggono le carte astrali dei clienti e spiegano loro come i pianeti, i cicli e le diverse fasi della vita possano aver influenzato le loro scelte.
Lo so, detta così potrebbe sembrare una combinazione piuttosto improbabile. Eppure, nel romanzo, cibo e astrologia finiscono per parlare la stessa lingua.
L’astrologia appartiene a qualcosa di lontano e invisibile: orbite, costellazioni, movimenti che avvengono sopra le nostre teste. Il cibo, invece, è concreto. Ha un profumo, una temperatura, una consistenza. Lo tocchiamo, lo assaggiamo, lo portiamo dentro di noi.
Le pietanze del Caffè sembrano unire queste due dimensioni. Il cielo diventa commestibile. E i nomi dei piatti non sono scelti a caso: uniscono il familiare all’impossibile, per rendere quest’ultimo un po’ più “reale”. La Via Lattea si trasforma in latte stellare, il plenilunio diventa burro per i pancake, Venere può prendere la forma di un gelato e l’alba diventare uno sciroppo da versare nel caffè.

Illustrazioni di Chihiro Sakurada
In più, ogni nome contiene già una piccola storia. Non descrive soltanto ciò che verrà servito, ma anche lo stato d’animo della persona che dovrà mangiarlo. Ad esempio, esistono caffè amari per anime mature, dolci pensati per cuori feriti e bevande che sembrano annunciare un nuovo inizio. Prima ancora dell’assaggio, il piatto offre al personaggio una possibile narrazione di sé.
Il vero lusso di questo locale, allora, non sta negli ingredienti impossibili o nei nomi poetici dei dessert, ma nell’attenzione, nella cura.
In un mondo in cui siamo continuamente invitati a scegliere, personalizzare e dichiarare ciò che vogliamo, il Caffè della Luna Piena immagina un luogo in cui qualcuno si prende il tempo di capire ciò che non sappiamo ancora chiedere.
Questa, probabilmente, è l’immagine più vicina e profonda che riflette il vero significato di comfort food: il cibo che ci fa sentire riconosciuti, compresi e supportati.
C’è poi un’altra (l’ultima giuro!!) idea che mi è rimasta impressa: nel romanzo, il dolce non elimina mai completamente l’amaro.
Le due cose convivono. Il caffè caldo incontra il gelato. La dolcezza si mescola a un sapore più scuro. Una consistenza si scioglie dentro l’altra.
La consolazione non consiste nel dimenticare ciò che ci ha fatto male, ma nel trovare una forma capace di contenerlo insieme a tutto il resto.
Forse è questo il motivo per cui certi cibi ci restano così profondamente legati.
Non perché appartengano soltanto ai momenti felici, ma perché riescono a tenere insieme sensazioni diverse: nostalgia e piacere, mancanza e gratitudine, dolcezza e dolore.
Un po’ come la madeleine di Proust.
Un morso non cambia il passato. Ma può cambiare il modo in cui torniamo a guardarlo.
E allora ti lascio con una domanda: se oggi entrassi al Caffè della Luna Piena, che cosa pensi che ti servirebbero i suoi gatti?
Se lo leggerai, mi farebbe piacere sapere cosa ne pensi: puoi scrivermi a giulia@academia.tv.
Ci vediamo il prossimo mese, con una nuova lettura!

Le Madeleine è la rubrica mensile di Giulia Cavallini, Head of Content di Acadèmia.tv, dedicata ai libri che raccontano il mondo attraverso il cibo.

Piattaforma di cucina con 5.000+ Ricette, Video-corsi e TutorAI.
Impara dai migliori chef stellati e pluripremiati direttamente da casa tua