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Perché si paga il coperto al ristorante?

È una scena a cui ormai siamo abituati: al termine di una buona cena, che sia in pizzeria o in una location molto suggestiva, il cameriere si avvicina al nostro tavolo con il conto da pagare. Sullo scontrino, tra le voci, anche quella del “coperto”. Ma perché si paga?

La storia del coperto

L’introduzione del pagamento del “coperto” nei ristoranti risale al Medioevo. Soprattutto nella stagione fredda e durante le giornate di cattivo tempo, molte persone erano solite rifugiarsi nelle locande e usufruire del posto (letteralmente) coperto per consumare il proprio pasto portato da casa. Gli osti, non potendo in questi casi vendere il proprio cibo, si facevano pagare una tassa che includeva sia l’uso dello spazio interno, che l’uso di piatti e posate.

Cosa succede in Italia?

Dal Medioevo ad oggi è cambiato ben poco. Tra chi ancora si chiede se si debba effettivamente pagare e chi urla all’illegalità del coperto, quel che è certo è che in Italia non esiste una normativa specifica che vieti questa tassa e infatti, la sua applicazione è ad esclusiva discrezione del ristoratore. 

Da Nord a Sud dello stivale esistono deroghe precise a livello regionale e comunale. A Roma, per esempio, nel 1995 un’ordinanza del sindaco ha vietato l’utilizzo della voce coperto, sostituita con pane e servizio, voci a loro volta vietate con una successiva legge del 2006, che legittimava unicamente la voce servizio (che di solito si aggira tra il 10-20% del conto). In questa battaglia, ancora senza vinti e vincitori, il consumatore può e deve tutelarsi, e per farlo ha un unico alleato: il menù. Il ristoratore che sceglie di introdurre il pagamento del coperto è obbligato a segnalarlo all’interno del proprio menù o listino prezzi, con una voce specifica che ne indichi la tariffa, come disposto dall’art. 18 del Regio Decreto n. 635/1940. Solo in questo caso il coperto può considerarsi legale e obbligatorio per il cliente.

Paese che vai…

E all’estero? In Francia, per esempio, un decreto del 1987 ha stabilito che i prezzi in listino dei ristoranti fossero già comprensivi di coperto, servizio, pane e acqua. Anche se a volte viene indicata in menù la voce servizio che corrisponde spesso al costo che noi italiani assoceremo al coperto

In Francia, Germania e Grecia è particolarmente comune la cosiddetta “mancia” (o tips) che in molti casi corrisponde al 5-10% del conto totale. Mancia che diventa obbligatoria oltreoceano, in USA, ma anche Canada e Australia e prende il nome di “service charge”, un importo compreso tra il 15-20% del totale che viene pagato assieme al resto del conto e che in verità diventa una parte consistente dello stipendio dei dipendenti del ristorante.

Di tutt’altra scuola i Paesi Asiatici. In Giappone o in Cina lasciare la mancia può diventare un gesto scortese, in quanto un buon servizio è lo standard. 

Meno rigidi Hong Kong, Malesia, Filippine, Tailandia e Singapore, dove è consuetudine (e permessa) una mancia pari al 5-10% del conto totale.

Insomma, con un dibattito sul tema ancora acceso e un Decreto contro-coperto, atteso in Italia da qualche anno, che sembra ancora un bel miraggio, il consiglio per i consumatori è solo uno: occhi aperti al menù e allo scontrino! 

di Paola Ragno

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